Il divieto di dissimulare il volto nella Costituzione federale è una scelta di civiltà

Il prossimo 7 marzo i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare che chiede di inserire nella Costituzione federale il divieto di dissimulare il volto negli spazi pubblici , con  eccezioni per motivi inerenti alla salute (come ad esempio le mascherine sanitarie in caso di epidemie) , alla sicurezza, alle condizioni climatiche e alle usanze locali (carnevale ecc.).  Anche se il nuovo articolo costituzionale non lo cita espressamente, è chiaro a tutti che il bersaglio principale è il velo integrale  (burqa o niqab),  cioè quel simbolo di oppressione delle donne musulmane  che impedisce la loro integrazione nella nostra società e che , come sostiene la musulmana zurighese Saïda Keller-Messahlinon rappresenta una prescrizione religiosa ma un imperativo politico degli islamisti”  . 

Il divieto del burqa è una questione di principio, non di numeri

 I casi di donne con il velo integrale sono ancora poco numerosi in Svizzera ? Si, fortunatamente è vero, ma senza un divieto il loro numero sarebbe destinato a crescere, come è successo in altri Paesi europei : e allora è meglio prevenire prima che sia troppo tardi.  E poi  si tratta di  una questione di principio e non di numeri . Ormai in molti , anche nelle fila della sinistra, hanno capito che il velo integrale è indifendibile anche se indossato su base volontaria,  in quanto esso rappresenta il simbolo principale di quell’islam politico che  persegue il progetto eversivo di distruggere la democrazia e sostituirla con la sharia  e che per questo motivo andrebbe proibito in tutta l’Europa.

I cittadini di questo Paese avranno dunque l’opportunità  di lanciare un chiaro segnale sia contro i fanatici islamisti  e sia anche a quelle autorità federali  che, in nome del politicamente corretto, non hanno avuto il coraggio di fare una scelta di civiltà e di sostenere un’iniziativa che propone l’introduzione di un divieto già in vigore in Francia, Belgio, Danimarca, Austria, Bulgaria  e Olanda . Queste autorità  si sono dimenticate  che nel 2014 la  Corte europea dei diritti dell’uomo aveva respinto  un ricorso contro la legge “antiburqa” entrata in vigore nel 2011 in Francia,   con la motivazione che  in una società democratica un divieto del genere,  motivato con la necessità di preservare le condizioni del “vivere assieme”  e di proteggere i diritti e le libertà altrui, “non solo è proporzionato allo scopo perseguito ma è pure necessario per il suo conseguimento”.

Il federalismo non è un dogma assoluto

C’è chi sostiene che la decisione di introdurre un eventuale divieto sul piano nazionale cozzerebbe contro il federalismo e lederebbe  le competenze e l’autonomia dei Cantoni in materia di sicurezza e di rapporti fra Stato e religione. Non sono d’accordo.  Innanzi tutto vorrei far notare che  il divieto non è contrario alla libertà religiosa. Quindi in questo caso la competenza cantonale in materia di religione non c’entra. 

Se il divieto di dissimulare il volto fosse giustificato unicamente per motivi di  sicurezza e di ordine pubblico , allora si potrebbe anche essere favorevoli a una soluzione di tipo  federalista, perché la responsabilità della sicurezza interna del proprio territorio è affidata dalla legge in primo luogo ai singoli Cantoni.  Ma il divieto del burqa è solo in minima parte una questione di sicurezza. Esso è soprattutto una scelta di civiltà che riguarda tutta la Svizzera, perché la parità dei sessi è un principio universale che non può essere delegato al giudizio dei singoli  Cantoni. Ecco perché è giustificato un divieto sul piano nazionale, come si è deciso di fare in altri Paesi europei.

Sul Corriere del Ticino del 6 settembre 2016  il compianto professore Lauro Tognola  , in risposta a un politico che si era schierato per una soluzione federalista, aveva giustamente osservato  :  “Così tu sembri pretendere che la scelta di parità dei sessi – principio universale, caposaldo della modernità – venga delegata alla competenza dei Cantoni, così che ognuno decida secondo l’importanza locale del “problema” burqa o niqab : delega come operazione “politicienne” per sminuire l’entità della posta in gioco”. 

Ma cosa dice la Costituzione federale in merito al federalismo ? L’articolo 3  stabilisce che i “Cantoni sono sovrani per quanto la loro sovranità non sia limitata dalla Costituzione federale ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione” e l’articolo 43a precisa che la Confederazione “assume unicamente i compiti che superano la capacità dei Cantoni o che esigono un disciplinamento uniforme da parte sua”.  E dunque è chiaro che il principio federalista non è un dogma  assoluto ma può subire delle limitazioni se le stesse sono inserite nella Costituzione per volontà del Popolo sovrano.

Sì al divieto, ma non nella Costituzione ?

C’è pure chi sostiene di essere favorevole al divieto del burqa, ma contrario all’inserimento di tale divieto nella Costituzione federale anziché in una legge.  E allora vorrei ricordare a costoro che in più occasioni negli ultimi dieci anni vi erano stati interventi nel Parlamento nazionale miranti a introdurre in una legge il  divieto di dissimulare il volto in pubblico  (come ad esempio aveva chiesto nel 2010 il Canton Argovia) , ma tutte queste proposte erano state bocciate o archiviate  dal Consiglio federale o dal Parlamento . Ora dunque è troppo tardi   per tornare indietro.

Chi è davvero contrario alla diffusione del velo integrale deve cogliere questa ultima occasione  e votare a favore dell’iniziativa . Dopotutto il divieto in questione non è una semplice misura di polizia e di ordine pubblico , che effettivamente non meriterebbe di essere elevata a rango costituzionale, ma come detto è un principio che rappresenta una scelta di civiltà, e come tale merita di essere inserito nella Costituzione, dove , a differenza di quanto avviene per una semplice legge, non potrà più essere tolto o modificato senza il consenso del popolo.

Giorgio Ghiringhelli, membro del comitato dell’iniziativa costituzionale federale