Votazione sul burqa : il Parlamento non ha seguito il buon esempio francese (e ticinese )

Il divieto di dissimulare il volto in pubblico che sarà messo in votazione in Svizzera il 7 marzo è solo in minima parte una misura di sicurezza ma è principalmente una scelta di civiltà  necessaria a salvaguardare l’esigenza minima della relazione sociale e del “vivere assieme”, e dunque non infrange i diritti dell’uomo, come del resto  nel 2014 aveva stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo esprimendosi sulla legge francese contro la dissimulazione del volto nello spazio pubblico entrata in vigore l’11 aprile 2011 e ripresa poi in Belgio, in Austria e in Danimarca.

Un controprogetto ridicolo

Purtroppo il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento nazionale non hanno capito, o non hanno voluto capire,  questo semplice concetto, e in nome del politicamente corretto non hanno avuto il coraggio di seguire l’esempio di altri Paesi europei e di sostenere l’iniziativa popolare.  Essi hanno invece deciso di approvare un ridicolo controprogetto indiretto ( che non sarà messo in votazione, ma che entrerebbe in vigore solo qualora l’iniziativa fosse bocciata) secondo cui l’obbligo di mostrare il viso scatterebbe solo quando un funzionario federale o cantonale lo richiedesse per verificare l’identità della persona. 

Questa misura farebbe solo il solletico al progetto dei fanatici islamisti di islamizzare lentamente il nostro Paese anche utilizzando le donne velate. E, come già era successo nel 2009 con la votazione contro la costruzione di minareti,  v’è da augurarsi che l’esito  della votazione del 7 marzo dimostrerà lo scollamento esistente in materia di islam fra la popolazione e quelle autorità federali che dovrebbero rappresentarla.

Il controprogetto dimostra che le nostre Autorità federali non hanno capito il nocciolo del problema . A suo tempo anche il Governo francese aveva esaminato la possibilità di introdurre solo dei divieti parziali di dissimulare il volto, limitandoli a certi luoghi, o a certi periodi o all’uso di certi servizi. Ma poi aveva optato per un divieto generale, spiegando che l’opzione di un divieto parziale era stata scartata in quanto “una soluzione del genere , oltre a creare grossi problemi di applicazione, avrebbe costituito una risposta insufficiente, indiretta e fuorviante al vero problema”.  

E’ vero che il nuovo articolo costituzionale proposto dall’iniziativa popolare non cita espressamente il velo integrale islamico, ma anche i sassi hanno capito che proprio quello è il bersaglio principale, come dimostrano anche i manifesti pubblicitari a favore dell’iniziativa.  A questo proposito è utile precisare che il testo costituzionale proposto dall’iniziativa federale ha ripreso quello che i ticinesi avevano già approvato nel 2013, con l’unica differenza che nel testo federale sono state inserite direttamente le eccezioni al divieto, e ciò per evitare che il Parlamento possa aggirare l’ostacolo ampliando tali eccezioni nella futura legge di applicazione ed estendendole ad esempio alle turiste. Il testo costituzionale approvato dai ticinesi era stato a sua volta ripreso dalla legge francese. Anche in questa legge non v’era alcun riferimento esplicito al velo integrale, e ciò per evitare che i giudici potessero annullare la legge considerandola “discriminatoria” verso le donne musulmane.

Il bersaglio esplicito del Governo francese era il velo integrale

Ecco perché in Francia, e di riflesso in Ticino, si era saggiamente optato per un divieto generale di dissimulare il volto, valido per donne e per uomini di qualsiasi religione. Ma comunque il Governo francese, nel suo rapporto che accompagnava il progetto di legge,  era stato molto esplicito nello spiegare che il vero bersaglio  del divieto era il velo integrale . Per il Governo francese  la sua diffusione andava bloccata anche se il fenomeno era ancora limitato (in effetti non è una questione di numeri ma di principio…) , e ciò non solo nell’interesse delle donne direttamente toccate dal fenomeno (anche quelle che si coprivano il volto volontariamente) ma pure in quello di tutta la società “che era urtata dalla violenza simbolica e disumanizzante del velo integrale”.

Il rapporto stilato una decina di anni fa dal Governo francese conserva tuttora la sua validità e gli argomenti addotti per giustificare il divieto calzano alla perfezione anche per sostenere l’iniziativa popolare su cui dovranno esprimersi gli svizzeri. Ecco perché pensiamo di fare cosa utile riproponendo qui sotto nella lingua originale ampi stralci di quel rapporto, che non può certo essere accusato di essere stato scritto da persone islamofobe, razziste e misogine. Si tratta di semplice buon senso : quel buon senso che purtroppo le nostre pusillanimi Autorità federali, ed i partiti rappresentati nel Parlamento nazionale ( ad eccezione dell’UDC, della Lega dei ticinesi e di una parte del PDC), non hanno avuto il coraggio di dimostrare per paura di pestare i piedi agli islamisti… favorendo così l’avanzata della sharia.

Giorgio Ghiringhelli (*)

(*) membro del comitato dell’iniziativa costituzionale federale )

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Ecco il rapporto del Governo francese sulla legge “antiburqa” in vigore in Francia dall’11 aprile 2011

« La France n’est jamais autant elle-même, fidèle à son histoire, à sa destinée, à son image, que lorsqu’elle est unie autour des valeurs de la République : la liberté, l’égalité, la fraternité. Ces valeurs sont le socle de notre pacte social ; elles garantissent la cohésion de la Nation ; elles fondent le respect de la dignité des personnes et de l’égalité entre les hommes et les femmes.

Ce sont ces valeurs qui sont aujourd’hui remises en cause par le développement de la dissimulation du visage dans l’espace public, en particulier par la pratique du port du voile intégral.

Cette question a donné lieu, depuis près d’un an, à un vaste débat public. Le constat, éclairé par les auditions et le rapport de la mission d’information de l’Assemblée nationale, est unanime. Même si le phénomène reste pour l’instant limité, le port du voile intégral est la manifestation communautariste d’un rejet des valeurs de la République. Revenant à nier l’appartenance à la société des personnes concernées, la dissimulation du visage dans l’espace public est porteuse d’une violence symbolique et déshumanisante, qui heurte le corps social.

L’édiction de mesures ponctuelles a été évoquée, qui se traduiraient par des interdictions partielles limitées à certains lieux, le cas échéant à certaines époques ou à l’usage de certains services. Une telle démarche, outre qu’elle se heurterait à d’extrêmes difficultés d’application ne constituerait qu’une réponse insuffisante, indirecte et détournée au vrai problème.

Si la dissimulation volontaire et systématique du visage pose problème, c’est parce qu’elle est tout simplement contraire aux exigences fondamentales du « vivre ensemble » dans la société française.

La défense de l’ordre public ne se limite pas à la préservation de la tranquillité, de la salubrité ou de la sécurité. Elle permet également de prohiber des comportements qui iraient directement à l’encontre de règles essentielles au contrat social républicain, qui fonde notre société.

La dissimulation systématique du visage dans l’espace public, contraire à l’idéal de fraternité, ne satisfait pas davantage à l’exigence minimale de civilité nécessaire à la relation sociale.

Par ailleurs, cette forme de réclusion publique, quand bien même elle serait volontaire ou acceptée, constitue à l’évidence une atteinte au respect de la dignité de la personne. Au reste, il ne s’agit pas seulement de la dignité de la personne ainsi recluse, mais également de celle des personnes qui partagent avec elle l’espace public et se voient traitées comme des personnes dont on doit se protéger par le refus de tout échange, même seulement visuel.

Enfin, dans le cas du voile intégral, porté par les seules femmes, cette atteinte à la dignité de la personne va de pair avec la manifestation publique d’un refus ostensible de l’égalité entre les hommes et les femmes, dont elle est la traduction.

(…)

La pratique de la dissimulation du visage qui peut au surplus être dans certaines circonstances un danger pour la sécurité publique, n’a donc pas sa place sur le territoire de la République. L’inaction des pouvoirs publics témoignerait d’un renoncement inacceptable à défendre les principes qui fondent notre pacte républicain.

C’est au nom de ces principes que le présent projet de loi prévoit d’inscrire dans notre droit, à l’issue d’un indispensable temps d’explication et de pédagogie, cette règle essentielle de la vie en société selon laquelle « nul ne peut, dans l’espace public, porter une tenue destinée à dissimuler son visage ».